Figlio dell'uomo

Capitolo Due

Egitto

Gli altri bambini lo chiamavano Yeshu.

Sei di loro, quasi tutti i pomeriggi, giocavano nel cortile di casa del proprio parente. Facevano la lotta, si rincorrevano, costruivano torri di cocci e le guardavano crollare. Maria stava seduta sulla soglia. Sempre sulla soglia.

Aveva due anni, poi due e mezzo, poi quasi tre. Rideva subito. Correva subito ad aiutare un bambino più piccolo che era caduto. Maria non diceva niente di lui alle altre madri. Guardava.

Giuseppe le aveva detto che lo teneva troppo stretto.

«Se lo tieni sotto una campana così, crescerà strano. Impacciato. Diverso dagli altri.» Giuseppe parlava come lavorava. Con misura. «Lascialo giocare. Lascialo fare il bambino. È per questo che è venuto qui.»

Lei cedette. Lo lasciò giocare. Ma gli restò vicina.

Alessandria era diventata il loro respiro.

Giuseppe trovò lavoro nel giro di poche settimane. Prima come falegname, poi come capomastro in un cantiere pubblico. I Greci rispettavano le sue mani. La paga arrivava regolare. Le spalle di Maria si sciolsero.

Il bambino imparò a camminare per quelle strade e a parlare quel dialetto. Conosceva l’odore del porto e il sapore dei fichi del venditore vicino alla cisterna, che ogni mattina gliene teneva da parte uno e non avrebbe preso una moneta in cambio.

Aveva un amico.

Il bambino greco del cortile. Capelli scuri, la sua stessa età, figlio di uno scaricatore che lavorava sulle navi del grano. Un pomeriggio avevano costruito una torre di cocci e l’avevano guardata crollare, e il bambino greco aveva riso più forte del rumore che aveva fatto rompendosi. Si chiamava Dema.

Da allora furono inseparabili.

Quell’estate arrivò la notizia.

«Erode è morto.»

Giuseppe era sulla porta, ancora impolverato dal cantiere.

«Quando.»

«È arrivata voce dalla Giudea.»

Maria si mise a sedere piano. Erode. Il nome che li aveva inseguiti attraverso il deserto. Il re paranoico che aveva ammazzato i bambini di Betlemme per dare la caccia a questo bambino. Morto.

«Le strade si stanno riaprendo» disse Giuseppe. «La gente torna in Palestina.»

Lei non rispose.

Quella notte non dormì. Il bambino aveva quasi tre anni. Non ricordava nessun paese tranne questo. Il porto era suo. Il dialetto era suo. Il venditore di fichi era suo.

Rimase sdraiata al buio e si lasciò desiderare quello che non si era più permessa di desiderare da Betlemme.

I visitatori arrivarono la settimana dopo.

Il parente di Giuseppe ne aveva parlato con degli amici a Menfi. Discendenti di un’antica via custodita da prima dei profeti, credenti che stavano ancora attenti ai segni. La voce girò senza far rumore. Un piccolo gruppo si radunò a casa del benefattore di Giuseppe.

Maria teneva il bambino in grembo mentre gli sconosciuti le sfilavano davanti. Uomini e donne seri che guardavano suo figlio e piangevano.

Lei vedeva un bambino che quella mattina si era sporcato la tunica di succo di fico. Un bambino che adesso le si addormentava sulla spalla, senza accorgersi della venerazione nella stanza.

Una donna anziana si inginocchiò davanti a loro. Era venuta da Menfi. Dopo, sua nipote avrebbe raccontato a Maria che la donna era rimasta in attesa sin da un sogno fatto a quattordici anni, che ne aveva settantuno, che il suo nome voleva dire incontrata all’ora stabilita.

La vecchia allungò la mano per toccargli il piede. Le tremava così tanto che riusciva a malapena a tenderla verso di lui.

Lui si mosse. Aprì un occhio. Guardò il viso della vecchia. Poi abbassò la mano e le strinse le dita intorno al pollice.

Lei fece un verso.

Maria aveva la mano sulla schiena del figlio. Sentiva quanto erano piccole le proprie dita al confronto con quelle di lui. La mano della vecchia era piccola allo stesso modo.

La vecchia non lo lasciò andare.

Quando alla fine si rialzò, parlò una volta sola, a Giuseppe.

«Da Salem» disse. «L’antica via. L’abbiamo custodita.»

Giuseppe sostenne il suo sguardo. Annuì.

Mostrarono a Giuseppe una copia completa delle Scritture ebraiche in greco. La Legge, i Profeti, i Salmi. Non aveva mai posseduto niente di così prezioso.

«Per lui» dissero. «Per quando sarà pronto.»

Giuseppe si chinò sulla cassetta. Era lavorata in modo splendido. Toccò il bordo del primo rotolo, poi ritirò la mano.

Poi arrivò l’invito.

«Restate» dissero. «Crescetelo qui. Alessandria potrebbe formarlo. La Palestina lo terrebbe solo stretto.»

La grande Biblioteca. Le scuole. Ebrei, Greci ed Egiziani che si mescolavano liberamente. Qui suo figlio avrebbe potuto imparare dalle menti migliori del mondo. Qui sarebbe stato al sicuro dall’ombra di Erode.

Giuseppe ascoltò. Disse che gli serviva tempo.

La terza settimana.

Avevano smesso di parlarne apertamente. La domanda stava fra loro a tavola, in bottega, nel letto che dividevano ma dove non si toccavano più. Maria cucinava. Giuseppe lavorava. Il bambino giocava in cortile, senza accorgersi di niente.

Una sera, quando il bambino dormiva, Giuseppe crollò.

«Dillo.» Aveva la voce roca. «Qualunque cosa pensi. Dilla.»

Maria non alzò gli occhi dal rammendo che aveva in grembo. «Ho detto tutto.»

«Hai detto qualcosa. C’è dell’altro.»

Posò l’ago. Quando lo guardò negli occhi, aveva la bocca tirata e il mento alto.

«Mi stai chiedendo di seppellirlo in un villaggio che nessuno ha mai sentito nominare.»

«Ti sto chiedendo di tenerlo in vita.»

«A Nazaret? Quando potrebbe avere la Biblioteca? Gli studiosi?»

«Gli studiosi che lo farebbero ammazzare.» Giuseppe si sporse in avanti. «Alessandria è greca. Romana. Straniera. Qualunque cosa debba diventare, qui non può diventarlo.»

«Ha bisogno di conoscere la grandezza.» A Maria si incrinò la voce. «Se deve guidare il nostro popolo, come può prepararlo un villaggio?»

«Davide faceva il pastore.»

«Cosa.»

«È cresciuto prima di mettere piede a corte. Lascia crescere nostro figlio.»

Lei lo fissò.

«Io sono cresciuta in un villaggio che nessuno nomina.» La voce le si sentiva appena. «E tu vuoi rimandarlo da dove sono partita io.»

«Voglio prendere nostro figlio e lasciarlo diventare quello che il Padre vuole.»

«Allora lascia che impari quello che deve sapere un re. Come comandano gli uomini. Cosa nascondono le loro parole.»

«Ha tre anni.»

Le parole arrivarono a segno. Lei le sentì.

Si alzò. Il rammendo cadde a terra. Gli passò davanti fino alla porta, la aprì, uscì in cortile. Non la sbatté. Non si voltò.

Il loro ospite lasciò che Giuseppe esaminasse la cassetta di cedro in bottega.

La lucerna si era abbassata. Lui non l’aveva riempita. Stava seduto per terra con la cassetta sulle ginocchia e la mano sul coperchio.

Lavorava il legno da quando era ragazzo. Aveva costruito case, barche da pesca, la porta di una sinagoga in un villaggio poco più a sud. Aveva cominciato una culla per un figlio che, gli avevano detto, sarebbe stato re.

Pensò alla culla. Non l’aveva finita. Il telaio era ancora nel magazzino di suo fratello a Nazaret.

Chiuse il fermaglio e rimise la cassetta sul banco. A Nazaret aveva i suoi attrezzi, i suoi fratelli e una casa costruita con le sue mani. Qui aveva lavoro, e la promessa di altro lavoro.

Andò a cercare Maria.

Non ne parlarono più.

I giorni passavano. Il bambino giocava. Maria cucinava. Giuseppe andava al cantiere all’alba e tornava a casa al tramonto. A tavola le loro mani si sfioravano quando si passavano il pane. Di notte, a letto, si toccavano i piedi. Nessuno dei due dava un nome a quello che era successo o a quello che stava succedendo.

L’ottava mattina Maria posò la brocca dell’acqua sulla soglia e guardò Giuseppe dall’altra parte del cortile.

«Betlemme» disse. «Ne parleremo con la famiglia là.»

Lui annuì una volta. La decisione su Nazaret poteva aspettare che fossero a casa, nel loro paese.

Lei riprese la brocca. Non rimase sulla soglia.

A fine agosto erano pronti a lasciare l’Egitto. Solo allora i loro ospiti misero le Scritture nelle mani di Giuseppe. Lui avvolse la cassetta di cedro per il viaggio.

La mattina della partenza Yeshua andò a cercare Dema.

Lo trovò alla cisterna. Rimasero lì tutti e due. Yeshua aveva in mano l’asinello che Giuseppe gli aveva intagliato la seconda estate.

Glielo porse.

Dema lo prese. Lo guardò. Poi guardò Yeshua.

Per un momento Dema fece la faccia di chi si è visto offrire la cosa sbagliata.

Dema non pianse. Yeshua non spiegò niente. Dema si rigirò l’asinello di legno in mano, poi ci chiuse le dita sopra.

Yeshua tornò verso casa, dove sua madre lo aspettava con gli animali già carichi.

Dema rimase alla cisterna con l’asinello di legno stretto in mano. Rimase lì finché la famiglia non girò l’angolo diretta al porto. Poi aprì la mano e guardò di nuovo l’asinello. Poi richiuse la mano e tornò a casa.

Tenne l’asinello su una mensola sopra la sua stuoia.

Il loro amico Ezraeon gli trovò un passaggio sulla sua barca fino a Giaffa. Dal porto andarono dritti a Betlemme.

Rimasero per tutto settembre. I parenti discutevano. Maria insisteva per la città dove il bambino era nato. Giuseppe insisteva per la Galilea. Erode era morto, ma in Giudea regnava suo figlio Archelao, e Giuseppe aveva passato abbastanza notti ad ascoltare se c’erano uomini alla porta.

«Anche Antipa è figlio suo» disse Maria.

«Lo so.»

«E Nazaret sarebbe più sicura?»

«È casa.»

Tre settimane così. Poi una mattina lei cominciò a fare i bagagli senza chiedere dove sarebbero andati.

All’inizio di ottobre partirono per Nazaret. Cinque dei parenti di Giuseppe non vollero lasciarli viaggiare da soli. Maria e il bambino andavano sull’asino appena comprato. Giuseppe e gli altri a piedi. Si tennero a ovest di Gerusalemme, passando per Lidda e Scitopoli.

Yeshua guardava i paesi, gli animali, le colline sempre più verdi. Faceva domande a cui Giuseppe non sempre sapeva rispondere.

Aveva tre anni e due mesi.

Arrivarono a Nazaret senza avvisare.

Il fratello di Giuseppe, che da tre anni abitava in casa loro, per poco non lasciò cadere la tazza quando aprì la porta. Il giorno dopo portò fuori la sua famiglia. Prima che finisse la settimana Giuseppe aveva trovato lavoro. Alla fine del mese la casa aveva di nuovo il loro odore.

Il bambino correva per la casetta, ridendo. Un orto dove poter correre. Un tetto su cui arrampicarsi. Trovò gli animali e la scala di pietra che portava sul tetto. Si prese ogni angolo come se lo stesse aspettando da sempre.

Ma certe sere Maria lo trovava seduto da solo sul tetto. Zitto. A guardare verso sud.

«A cosa pensi» gli chiese una volta.

«Al mio amico Dema» disse lui. «Mi manca.»

Lei se lo prese in braccio. Il bambino che aveva voluto bene al figlio di uno straniero in una città che non era la sua.

Quella notte, tardi, Maria era sveglia sulla sua stuoia. Il bambino le dormiva accanto. Lo sentiva respirare.

Si alzò. Attraversò la cucina. Si fermò ai piedi della scala di pietra che portava sul tetto.

Giuseppe era lassù.

Non salì. Rimase in fondo alla scala ad ascoltare.

Lui non si muoveva. Non emetteva un suono. Era sposata con lui da più di quattro anni e conosceva il silenzio di un uomo che guarda qualcosa che non gli è permesso di desiderare.

Era rivolto a sud.

Giuseppe voleva che il bambino che dormiva sotto di lui crescesse lontano dalla Biblioteca e dalle scuole egiziane. Accanto alle loro stuoie c’era la cassetta di cedro. Fra qualche anno il bambino avrebbe imparato il greco dai rotoli che c’erano dentro.

Maria rimase in fondo alla scala e non salì.

Glielo lasciò.

Quando si sdraiò di nuovo, il bambino non si era mosso. Il respiro gli entrava e usciva.

Sopra di lei, sul tetto, Giuseppe guardava ancora verso sud.