Figlio dell'uomo

Capitolo Nove

Il giogo

Aveva quindici anni quando la madre venne a chiedere una bara.

La bottega sapeva ancora di Giuseppe.

Trucioli di cedro. Cuoio. L’olio che Giuseppe usava sulle lame della pialla. Era passato un anno dall’incidente, e a volte Yeshua si aspettava ancora di vedere suo padre al banco quando entrava prima dell’alba.

Non c’era. C’erano solo la lucerna, gli attrezzi e il lavoro a metà, che adesso era soltanto suo.

Quella mattina lo aspettavano tre commissioni. Un telaio di porta per il muratore. Un manico d’aratro da riparare per un vecchio contadino a cui le mani tremavano troppo per farlo da sé. Due sgabelli per la locanda, lavori semplici che rendevano soldi semplici.

Lucerna accesa. Grembiule addosso, ancora troppo grande, ma meno di prima. La pialla in mano.

Il legno aspettava.

La donna arrivò alle prime luci.

Si fermò sulla soglia con il sole alle spalle e lui non riusciva a vederle il viso. Solo la sagoma di una donna che si teneva stretta contro qualcosa che le si era staccato dentro, con la paura di quello che sarebbe caduto fuori se si fosse mossa male.

«Sei tu il figlio del falegname.»

Col pollice cercò la venatura del manico della pialla. Giuseppe l’aveva sagomato per la propria mano. Il legno era consumato e liscio dove erano passate le dita di Giuseppe.

«Sono io il falegname.»

Lei entrò nella bottega. Oltre la lucerna. Dentro la luce.

La conosceva un poco. La moglie di un operaio dall’altra parte del villaggio. Donna magra, mani magre, un viso che era stato grazioso prima che qualcosa lo consumasse. Teneva stretto al petto un piccolo fagotto di stoffa.

«Mia figlia» disse. «Stanotte.»

«Quanti anni.»

«Sette.»

Yeshua posò la pialla sul banco.

«Ho un po’ di soldi.» Aprì il fagotto. Qualche moneta. Meno della metà di quello che gli serviva per il cedro. «So che non bastano. Posso portarne altri quando arriva la prossima paga di mio marito. È a Sefforis. Non lo sa ancora.»

Lui guardò lo scaffale alto dove stava la giara quasi vuota. Tornò a guardare la donna.

«Basteranno.»

«Non bastano.»

«Basteranno.»

Lei provò a dire qualcos’altro. Non uscì nessun suono. Annuì una volta.

«Quando.»

«Entro il tramonto.»

«Grazie.»

Gli premette le monete nel palmo. Aveva la mano fredda. Poi se ne andò.

Lui rimase un momento sulla soglia vuota. La luce era arancione e sottile.

Mise le monete nella cassetta sotto il banco. Scelse il cedro.

La sega si mosse.

Sette anni. Misurò con la lunghezza dell’avambraccio e tolse un palmo per le spalle. L’asse bastava per due bambini. Tagliò prima la lunghezza, poi la larghezza di traverso, poi si alzò e guardò la forma che aveva disegnato sul pavimento.

Troppo piccola per un adulto. Troppo grande per una bambola.

Passò la pialla sulla prima asse. Piano. I trucioli venivano su sottili e chiari. A metà della seconda passata la venatura si spaccò sotto la lama in una forma che conosceva.

Non distolse lo sguardo.

Posò la lama sul banco. Aspettò che la mano smettesse di tremare. Poi riprese la lama e continuò a tagliare.

Giacomo comparve sulla soglia verso metà mattina.

Doveva essere a scuola. Yeshua non gli chiese perché non c’era. Giacomo restò sulla soglia e guardò le quattro assi di cedro distese sul pavimento della bottega.

Non chiese per chi fosse.

Andò allo scaffale. Prese un panno morbido e il vasetto di cera d’api. Si sedette sullo sgabello basso di fronte a Yeshua e lucidò la prima asse.

Sulla seconda asse la sua mano si fermò. Poi riprese.

Lavorarono.

La sega. La pialla. Il panno sulla venatura. Una volta Giacomo chiese lo scalpello più fine e Yeshua glielo passò senza alzare gli occhi. Una volta Yeshua ebbe bisogno che qualcuno tenesse ferma l’asse e la mano di Giacomo era già lì.

Nessuno dei due disse niente di quello che stavano costruendo.

Verso mezzogiorno Yeshua alzò lo sguardo e vide che Giacomo aveva finito il lato lungo ed era passato al secondo senza che nessuno glielo dicesse. Le mani di suo fratello lavoravano con cura. Con più cura di quanta Yeshua gliene avesse mai vista.

Yeshua guardò la cassa.

Maria arrivò a mezzogiorno.

Pane. Una tazza d’acqua. Lo stesso pane che portava ogni giorno da quando Giuseppe era morto, perché portarlo era una cosa che poteva fare, e fare le cose che poteva fare era il suo modo di tirare avanti.

Posò il pane sul banco. Vide la forma sul pavimento.

Rimase immobile.

Non chiese per chi fosse. Non guardò Yeshua. Guardò la piccola cassa di cedro che prendeva forma sotto le mani di suo figlio, e le sue mani salirono una volta alla bocca e poi ricaddero lungo i fianchi, e lei si voltò e uscì dalla bottega senza parlare.

La sentì rientrare in casa.

Mangiò il pane in piedi, come faceva suo padre.

Nel pomeriggio la cassa prese forma.

Gli angoli a quartabuono. Il fondo incastrato in una battuta poco profonda, così il peso non sarebbe gravato sui chiodi. Prese i chiodi uno alla volta dalla ciotola sullo scaffale. Piantò ciascuno con due colpi di martello. Non tre. Due. Tre avrebbero spaccato il cedro.

Giacomo finì di lucidare. Uscì senza che nessuno glielo chiedesse. Tornò con una manciata di lavanda secca dell’orto. La posò sul banco accanto alla cassa e non disse niente.

Yeshua guardò la lavanda.

Poi guardò suo fratello.

Giacomo guardava la cassa. Aveva disposto la lavanda nella forma approssimativa di una bambina.

Yeshua stese la lavanda sul fondo. Copriva appena il cedro. Prese una striscia di lino dal mucchio degli stracci. L’ultima pulita. Una delle vecchie camicie di Giuseppe. La stese sopra la lavanda.

Adattò il coperchio. Controllò l’incastro. Si chiuse senza un suono.

Fuori la luce era diventata ambra. La lucerna aveva bruciato bassa tutto il pomeriggio e adesso era la cosa più luminosa nella stanza.

Giacomo si alzò dallo sgabello. Guardò la cassa ancora una volta. Poi uscì dalla bottega e andò verso casa senza parlare.

Yeshua si sedette sul banco.

La donna tornò al tramonto.

Con lei c’era il marito. Un uomo magro con le spalle di chi lavora la pietra. La sua faccia non sapeva ancora che espressione prendere. Stava un passo dietro la moglie. La sua mano si mosse una volta verso la cassa sul banco, si fermò a metà e ricadde lungo il fianco.

Yeshua portò fuori la cassa. Era leggera. Dentro non c’era ancora nessuna bambina. Solo cedro.

La madre la guardò.

«È bellissima» disse.

«È una cassa.»

«È bellissima.»

Infilò la mano tra le pieghe dello scialle. La mano uscì stringendo qualcosa di piccolo e d’oro. Un anello. Fascia sottile. Una sola pietra d’ambra. Una di quelle cose che una donna conserva perché l’ha conservata sua madre, e prima ancora la madre di sua madre.

Glielo porse.

«Il prezzo era giusto» disse lui.

«Prendilo.»

«Non posso.»

Prese l’anello e lo posò sul banco tra loro. Ritrasse la mano.

«Ti prego.»

Lei raccolse l’anello dal banco. Non lo rimise via. Fece il passo che li separava, gli prese la mano, gli premette l’anello nel palmo e gli chiuse le dita intorno con tutte e due le mani. Gli tenne il pugno chiuso. Poi gli baciò il dorso della mano, come si bacia un sacerdote, e si voltò e se ne andò con il marito, portando insieme la piccola cassa di cedro giù per la strada polverosa.

Yeshua rimase sulla soglia della bottega e li guardò allontanarsi finché non svoltarono all’angolo del frantoio.

L’anello era caldo nel suo palmo.

Di nuovo lenticchie.

Giacomo era già al tavolo basso quando Yeshua servì da mangiare. Non aveva detto una parola da quando era uscito dalla bottega. Sedeva al suo posto e mangiava senza lamentarsi. Giuseppe il giovane mangiava in silenzio. Giuda sedeva vicino a Yeshua e lo guardava come aveva fatto ogni sera dal funerale. Miriam mangiava senza alzare gli occhi.

Fu Simone a rompere il silenzio.

«Possiamo mangiare carne. Almeno una volta.»

«Il mese prossimo.»

«L’hai detto anche il mese scorso.»

«Allora il mese prossimo di sicuro.»

«È quello che hai detto.»

«Simone.» La voce di Yeshua scese di mezza ottava. «Mangia le lenticchie. E ringrazia che ci sono le lenticchie.»

Gli mise una mano sulla spalla. «La carne arriverà. Te lo prometto. Solo non ancora.»

Nel cesto era rimasto un pezzo di pane. Il piatto di Simone era raschiato.

Yeshua spezzò il pane a metà. Mise il pezzo più grande davanti a Simone. Mangiò quello che aveva nel suo piatto.

Giuda era stato zitto tutta la sera. Posò il cucchiaio. Con la sua vocina seria, senza rivolgersi a nessuno, ripeté una frase che quel pomeriggio aveva sentito urlare da un carrettiere romano a un mulo, vicino alla fonte. Non sapeva cosa volesse dire. La pronunciò con cura, azzeccando i suoni duri e stranieri.

La tavola si fermò.

Gli occhi di Marta si fecero tondi. Simone spalancò la bocca per la gioia pura. Miriam disse «Giuda» esattamente con la voce di Maria.

E Yeshua rise.

Gli venne fuori prima che riuscisse a trattenerla. Una risata vera, dal fondo del petto. Gli lacrimavano gli occhi. Giuda, incoraggiato, la ripeté, e fu peggio, e Yeshua appoggiò la testa sulle braccia e si scosse tutto.

Giacomo fissava il fratello. Non lo vedeva così da un anno. Nessuno di loro.

Yeshua riemerse per prendere fiato. Non faceva quel suono dal settembre in cui era morto suo padre.

Nella stanza sul retro, dove era andata a sedersi col buio, Maria sentì ridere suo figlio.

Si portò la mano alla bocca. L’aveva aspettato per un anno senza permettersi di sapere che lo stava aspettando. Le arrivò attraverso il muro e la disfece, e lei pianse dove nessuno poteva vederla.

Poi si asciugò il viso e uscì, perché la pentola andava strofinata, e si fa quello che si ha davanti.

Quando i bambini furono a letto Maria si fermò sulla soglia della bottega. Non entrò. Non parlò. Guardò il punto del pavimento dove quella mattina c’era stata la cassa, e la lucerna, e suo figlio. La sua mano si posò un momento sullo stipite dove si posava la mano di Giuseppe alla fine di una giornata di lavoro.

Poi si voltò e tornò in casa.

Lui stava seduto sul banco di suo padre, nel silenzio. L’arpa che l’esattore non si era preso stava appoggiata al muro dietro di lui. Allungò la mano. Se la mise di traverso sulle ginocchia. Non la suonò. La tenne. Il legno tratteneva ancora il calore del giorno. Le corde prendevano la luce della lucerna.

Rimise l’arpa contro il muro.

Sul banco c’era un pezzo di carbone caduto dal piattino della lucerna. La sua mano lo trovò. Per un attimo seppe esattamente dove sarebbe cominciata la spalla. Lo posò. Il cedro restò nudo.

Controllò il fuoco. Controllò la porta. Si sdraiò sul banco dove Giuseppe faceva il suo riposino. Adesso il banco era troppo corto per lui.

L’anello era nella sua tasca. Non l’aveva tirato fuori per guardarlo.

Lo sentiva contro il fianco.

Dieci persone che respiravano nel buio.