Figlio dell'uomo

Capitolo Sei

I fratelli

La lite cominciò per un fico che Miriam aveva avvolto in un panno e messo sullo scaffale alto per Simone, malato da tutta la settimana e addormentato fino a dopo il pasto del mattino.

Giacomo lo trovò prima che il bambino si svegliasse, lo mangiò e lasciò cadere il panno per terra.

Quando le urla arrivarono alla bottega, Simone piangeva a dirotto e Giuseppe il giovane gridava qualcosa di confuso che finiva con mio. Giuseppe alzò gli occhi dal banco. Yeshua posò lo scalpello e attraversò il cortile mentre suo padre tornava al legno.

Trovò Miriam che teneva Giacomo per il colletto, Giacomo che cercava di liberarsi senza spingerla, Simone che piangeva in un angolo e Marta seduta sulla panca che mangiava un’oliva e guardava.

Miriam gli raccontò del panno e dello scaffale alto senza allentare la presa. Giacomo disse che aveva fame. Quando Yeshua indicò il pane ancora sulla tavola, Giacomo disse che il pane non lo voleva.

Yeshua si inginocchiò prima davanti a Simone, che si pulì il naso con la manica e disse soltanto che il fico era suo. Lo sollevò, gli promise un altro fico dopo pranzo e lo rimise giù. Poi disse a Giacomo che la prossima volta doveva chiedere.

Giacomo incrociò le braccia. «Chiedere a chi. A te.»

Il padre era in bottega, a dieci metri. Yeshua uscì di casa.

Giuseppe il giovane gli uscì dietro e andò nell’angolo del cortile con un ritaglio di cedro puntato dietro il ginocchio e il coltellino che ci lavorava sopra, e quando a mezzogiorno Yeshua riattraversò il cortile c’era un uccello nel palmo del ragazzo con le ali mezze aperte, e Giuseppe il giovane lo coprì con l’altra mano quando vide che suo fratello guardava, e Yeshua proseguì senza parlare.

Quel pomeriggio Giuda seguì Yeshua in bottega e prese lo sgabello basso vicino alla porta e guardò muoversi la pialla, e Yeshua gli diede un ritaglio di cedro e gli disse che quello era suo, e Giuda lo tenne con tutte e due le mani finché Maria non li chiamò a mangiare, e quella notte se lo portò a letto. Amos li seguì fino alla soglia, una mano contro il muro per tenersi in equilibrio. Giuda gli mostrò il cedro, poi lo tenne alto sopra la testa. «Mio.» Dal banco Yeshua si sentì ridere.

Quando Giacomo ruppe un attrezzo per sbadataggine, Giuseppe mise i pezzi sul banco davanti a lui e disse: «Fammi vedere come lo aggiusti.» Quattro giorni dopo Giacomo riportò l’attrezzo, e Giuseppe provò la riparazione, annuì una volta e glielo restituì.

Un sabato in sinagoga il chazan fece una domanda sui profeti. Giacomo alzò la mano. Diede una buona risposta. Giusta. Completa.

Poi il chazan fece una seconda domanda, più difficile, e guardò in fondo alla sala.

Giacomo lo vide. Lo aspettava dall’anno del Tempio e lo colse prima ancora di voler guardare. Gli occhi del chazan non erano nemmeno arrivati a Yeshua che già le labbra di Yeshua si muovevano in silenzio. Yeshua stava già rispondendo. Non rispondeva al chazan. Rispondeva a qualcos’altro, e la sua bocca finiva prima che il chazan finisse di chiedere.

Giacomo vide la bocca del fratello maggiore muoversi in silenzio.

Il chazan non interrogò Yeshua. Rispose da solo alla sua domanda e andò avanti.

Giacomo non disse niente sulla strada di casa. Andò a letto con la faccia al muro.

Giuseppe lo disse al banco da lavoro una settimana dopo.

Stava lavorando un pezzo di acacia e Yeshua carteggiava il bordo lungo di fronte a lui. In bottega faceva caldo. La finestra era aperta. Fuori Giacomo si stava costruendo un carretto con gli scarti e non parlava con nessuno.

«Tuo fratello finirà per rompere qualcosa» disse Giuseppe. Gli occhi non si staccavano dal legno. «Fa a gara con qualcosa che non può battere, per quanto ci si metta. Non ho ancora trovato un modo di dirglielo che non peggiori le cose.»

La mano di Yeshua si fermò sul legno.

«Ci arriverà» disse Giuseppe. «Oppure no. Ma da fuori non si può aggiustare.»

Yeshua continuò a carteggiare. Non alzò gli occhi. Non disse niente.

Aveva sentito suo padre dirlo di Giacomo.

Un pomeriggio di tarda primavera si picchiarono nel cortile.

Una rissa vera. Giacomo tirò il primo pugno perché un ragazzo del vicinato aveva detto quello intelligente è tuo fratello, eh, e Giacomo era tornato a casa con quella frase che lo rodeva dentro.

Giacomo colpì. Lo prese alla mascella. Abbastanza forte da fargli girare la testa.

Yeshua lo guardò.

Giacomo lo colpì di nuovo. Yeshua gli afferrò il polso.

«Basta.»

«Lasciami.»

«Lo farò. Quando la smetti.»

«Non sei tu a dirmi cosa devo fare.»

«Giacomo.»

«Tu non sei mio padre.»

Il cortile ammutolì. Simone smise di correre. Marta alzò gli occhi da terra, dove stava disegnando figure nella polvere. Giuda si schiacciò contro lo stipite.

Yeshua lasciò il polso del fratello.

Giacomo rimase lì, ansimando, i pugni ancora stretti, gli occhi bagnati di qualcosa che non erano lacrime perché Giacomo non piangeva, non piangeva da quando aveva sei anni.

«No» disse Yeshua. «Non sono tuo padre.»

Tornò in bottega. Prese la pialla. Si mise al lavoro.

Giacomo rimase in piedi nel cortile. Marta tornò al suo disegno. Simone ricominciò a correre.

Giuseppe lo venne a sapere. Ovvio.

Quella sera sedette con Giacomo dietro la bottega. La stessa pietra piatta dove si era seduto con Yeshua dopo il Tempio. Il posto dove le cose difficili si dicevano al buio.

Yeshua li sentiva attraverso il muro. Non le parole. La cadenza. La voce di Giuseppe bassa e ferma. Quella di Giacomo più alta, che si incrinò una volta e si riprese.

Non si avvicinò. Non ne aveva bisogno. Sapeva cosa avrebbe detto Giuseppe, perché Giuseppe diceva sempre la stessa cosa, in forme diverse, adattata al figlio di turno.

Dimmi cos’è successo. Adesso dimmi la parte che hai lasciato fuori. Adesso dimmi per cosa sei arrabbiato davvero.

L’ultima era quella difficile. Giacomo avrebbe girato intorno alle giare dell’acqua, al ragazzo del vicinato, all’ordine che non voleva eseguire. Giuseppe lo avrebbe lasciato girare.

Due giorni dopo Miriam prese Yeshua alle strette al pozzo.

«Giacomo non ti parla.»

«Me ne sono accorto.»

«Pensa che ti senti meglio di lui.»

«Non è vero.»

«Lo so che non è vero. Lui non lo sa. Perché tu non gli dici mai niente.» Tirò su l’acqua. Aveva braccia forti per i suoi otto anni. «Non dici mai niente a nessuno di noi. Te ne vai in giro con in mano qualunque cosa sia e non la posi mai e noi ti guardiamo e ci preoccupiamo e tu non te ne accorgi.»

«Me ne accorgo.»

«Allora fallo vedere.»

Portò l’acqua dentro. Lui rimase al pozzo con la corda ancora in mano.

Quella sera trovò Giacomo nel cortile che intagliava un bastone con il coltello di Giuseppe. La lama era troppo grande per la sua mano.

Yeshua gli si sedette accanto.

«Cosa fai.»

«Niente.» Un lungo ricciolo di legno cadde a terra. «Una lancia.»

«Per chi.»

«Per me.»

Silenzio. Il suono della lama sul legno. Gli insetti della sera che cominciavano.

«Il ragazzo del vicinato si sbagliava» disse Yeshua.

La mano di Giacomo si fermò. «Cosa.»

«Quello che ha detto quella cosa. Non sa niente né di te né di me.»

Giacomo tornò a intagliare. La lama si muoveva. Non disse niente.

«Facile per te dirlo.»

«Non tanto, in realtà.»

Giacomo lo guardò. Lo sguardo durò tre secondi. Nessuno dei due sbatté le palpebre. Il respiro di Giacomo rallentò. La presa sul coltello si allentò di un dito.

Tornò alla lancia.

«Verrà storta se continui a tagliare contro la venatura.»

«Lo so.»

«Vuoi che ti faccio vedere.»

Una pausa. La lama si fermò.

«Va bene.»

Yeshua prese il bastone. Lo girò. Mostrò a Giacomo dove correva la venatura, come voleva essere tagliato il legno, dove lasciare che il coltello seguisse e dove fare resistenza.

«Me l’ha fatto vedere Abba il primo giorno in bottega.»

«A me non ha fatto vedere niente.»

«Lo farà. Chiediglielo.»

Giacomo si riprese il bastone. Stavolta tagliò seguendo la venatura. Il ricciolo cadde pulito.

Nessuno dei due disse altro. Rimasero seduti nel cortile mentre la luce moriva e venivano le stelle e la voce di Giuseppe arrivava dalla bottega, dove insegnava a Giuseppe il giovane a carteggiare un’asse.

Estate. Il caldo che premeva come una mano.

Una sera Maria a tavola, con una tunica da rammendare in grembo.

«Tuo padre è al cantiere di Sefforis da quattro giorni» disse a Miriam. «Il capomastro vuole l’ala delle terme finita prima delle Capanne.»

Miriam annuì.

La lucerna tremolò. Adesso in casa si mangiava a turni. Giuseppe sarebbe tornato ben dopo mezzanotte.

Un pomeriggio Yeshua tornò dalla bottega e trovò Marta da sola in cucina, in piedi su uno sgabello, che mescolava una pentola troppo grande per lei.

«Dov’è Miriam.»

«È andata ad aiutare la vicina col bambino. Mi ha detto di mescolare.»

«Quanto tempo fa.»

«Un po’.»

Guardò nella pentola. Lenticchie. Bruciate sul fondo. Marta aveva mescolato con fedeltà lo strato di sopra mentre il fondo diventava carbone.

«Marta.»

«Lo so. Sento l’odore.»

La sollevò dallo sgabello. La mise sulla panca. Raschiò la pentola, salvò quello che poteva, aggiunse acqua.

«Mi ha detto di non smettere di mescolare. Non ho smesso.»

«Hai fatto quello che ti ha chiesto.»

«Il fondo si è bruciato.»

«Il fondo si brucia sempre se non raschi. Non è colpa tua. Miriam doveva dirti di raschiare.»

Marta ci pensò su.

«La prossima volta raschio.»

«La prossima volta raschi.»

Mangiò le sue lenticchie senza lamentarsi. Anche quelle bruciate.

Notte fonda, la casa addormentata.

Maria sedeva con Giuseppe nella stanza davanti. La lucerna bruciava bassa. Parlavano piano, perché si sentissero solo loro due.

Yeshua avrebbe dovuto dormire. Stava sdraiato sulla stuoia e ascoltava. La casa era piccola e le loro voci arrivavano.

«Giacomo l’ha picchiato» disse Maria.

«Lo so.»

«Cosa gli hai detto.»

«Quello che potevo.»

«Sta peggiorando.»

«Sta diventando più difficile. È diverso.»

«Giuseppe.»

«Ha dieci anni. Fa a gara con qualcosa che non può battere, per quanto ci si metta.»

Yeshua sentì suo padre dirlo per la seconda volta.

Rimase sdraiato sulla stuoia con gli occhi aperti.

«Cosa facciamo» disse Maria.

«Li amiamo tutti e due. Diamo a Giacomo il suo spazio. Il suo lavoro. Cose in cui può essere il migliore senza il confronto.»

«E Yeshua.»

Giuseppe tacque.

«Yeshua si porta dentro qualcosa che non capisco. Ho smesso di provare a capirlo. Cerco solo di lasciargli spazio.»

«Lo spazio non basta. Ha bisogno di.»

«Di cosa.»

Maria non rispose.

«Gerusalemme» disse. «La scuola.»

«Sto mettendo da parte i soldi.»

«Quanto.»

Le disse la cifra.

Lei tacque.

«Ci vorranno anni.»

«Lo so.»

«Sarà adulto, per allora.»

Giuseppe si strofinò la faccia. Aveva le mani ruvide per il lavoro. Gli occhi andarono verso la porta della bottega. Oltre la luce della lucerna c’erano lo scaffale e la giara di terracotta. Sapeva dov’era. Ne aveva toccato il coperchio ogni sera per anni.

«Lui ascolta qualcun altro, Maria. Lo sento farlo. Sul tetto. Sul crinale.» Girò la mano in grembo. «Ho paura di non bastargli. Ho paura di non essergli mai bastato. Sono un falegname. Cosa posso insegnare a un ragazzo che ascolta quello.»

Maria allungò la mano e prese la sua.

«Nessuno di noi gli basta» disse. «Non è mai stato quello il compito. Il compito era amarlo finché non fosse stato in grado di reggersi da solo. L’hai fatto ogni giorno dall’Egitto in poi.»

Giuseppe non disse niente. Dopo un po’ le sue dita si chiusero intorno a quelle di lei.

«E se essere pronto vuol dire andarsene» disse Giuseppe.

La lucerna tremolò. Una falena urtò la fiamma e cadde via.

«Allora lo lasciamo andare.»

Rimase sdraiato al buio dopo che ebbero smesso di parlare.

Si girò sulla stuoia. Tirò su la coperta. La cosa dietro le costole ronzava piano.

Respirò con lei.

La casa respirava intorno a lui.