Figlio dell'uomo

Capitolo Cinque

Contenimento

La strada del ritorno fu più lunga di quella dell’andata.

Il primo giorno Giuseppe camminò davanti alla moglie e al figlio. Il suo passo non era tornato. Era una cosa piccola. Gli altri viaggiatori non se ne accorsero. Maria se ne accorse.

Camminava dietro al marito e accanto al figlio e non parlava.

La polvere era la stessa polvere. Adesso al ragazzo non dava fastidio.

Arrivarono a Nazaret il terzo giorno.

La notizia era arrivata prima di loro. Tutto il villaggio ne aveva sentito una qualche versione: il ragazzo, i maestri, le domande che avevano zittito uomini istruiti. Finalmente un grande maestro sarebbe uscito da Nazaret di Galilea.

I vicini lo fermavano nel vicolo. Gli toccavano il braccio. Gli studiavano la faccia.

Lui sorrideva, rispondeva con gentilezza alle domande ed entrava in casa.

Giuseppe chiuse la porta e ci si appoggiò contro.

«Be’» disse. «Questa durerà un bel po’.»

Prima del pasto della sera Giuseppe andò da solo alla pietra piatta.

Si sedette con le mani ferme in grembo. Il cielo aveva il colore del ferro che si raffredda. Era il padre di quel ragazzo da dodici anni. Lo aveva portato in braccio sulla barca che li riportava dall’Egitto. Gli aveva insegnato a usare le mani. Gli aveva insegnato la livella. Lo aveva riportato nel villaggio dove suo padre aveva insegnato a lui, perché il ragazzo potesse diventare qualunque cosa Dio volesse.

Il ragazzo si era alzato nei cortili del Tempio e aveva nominato un altro padre.

Giuseppe prese la notizia come prendeva il maltempo. Ci rimase seduto sopra finché il cielo non cambiò.

Poi si alzò. Si scosse la polvere dalla tunica e tornò in casa.

Quella sera, quando i più piccoli dormivano, Giuseppe lo portò alla pietra piatta dietro la bottega.

Sedettero con la schiena contro il muro. Il cielo era limpido. Le stelle si stendevano da nord a sud, fitte come farina rovesciata.

«Ho bisogno di capire cosa è successo a Gerusalemme» disse Giuseppe.

Yeshua tirò su le ginocchia. «Non lo capisco del tutto nemmeno io.»

«Prova.»

«Quando mi sono seduto nei cortili dove si insegna, le domande che mi sono sempre portato dentro sono diventate urgenti. Non riuscivo più a tenermele dentro.»

«I maestri avevano paura di te.»

«Li ho spaventati. Non io. Quello che chiedevo.»

Giuseppe si rigirò un sassolino in mano. «Tua madre pensa che tu abbia parlato di tuo Padre. Quello che non sono io.»

«L’ho fatto.»

«Sai cosa vuol dire.»

«Comincio a saperlo.»

Il sassolino batté contro un altro sassolino. Gli insetti della notte riempirono il silenzio.

«Non so come esserti padre» disse Giuseppe. «Sapendo quello che so. Non sapendo quello che non so.»

«Mi sei stato padre ogni giorno della mia vita. Quello che mi ha insegnato a misurare due volte. A lavorare seguendo la venatura. Ad ascoltare cosa vuole il legno prima di costringerlo a quello che voglio io.» La voce di Yeshua era ferma e bassa. «Qualunque altra cosa io sia, sono tuo figlio. Voglio essere tuo figlio.»

La mano di Giuseppe trovò la sua spalla e ci rimase.

Dopo un po’ disse: «Dovrai stare attento.»

«Lo so.»

«Ci riesci.»

Yeshua non rispose subito. Guardò la valle buia sotto di loro.

«Posso provarci.»

Giuseppe lo studiò. Misurò la distanza tra quello che il ragazzo diceva e quello che il ragazzo poteva mantenere. Non la nominò.

«D’accordo» disse. «D’accordo.»

La bottega sembrava più piccola di come se la ricordava.

Tre settimane via e gli attrezzi di sempre avevano un altro aspetto. I lavori a metà accatastati contro il muro. L’odore di cedro e di ferro che era stato il rumore di fondo di tutta la sua infanzia.

Giuseppe gli porse una pialla. Il suo peso nel palmo. Il manico consumato che si adattava alla sua presa.

«Gli ordini si sono accumulati. I Romani vogliono i mobili per le nuove terme.»

«Posso aiutare.»

Lavorarono fianco a fianco. I riccioli dei trucioli che cadevano a terra. Si lasciò sprofondare in quel lavoro. L’onestà del legno. Nessun vicino che gli scrutava la faccia in cerca di segni.

La pialla si muoveva e le sue mani si muovevano e la sua mente tornava al Tempio. Il velo. La faccia del vecchio maestro alle parole Io ascolto colui che l’ha scritta. Il silenzio che era calato sul portico.

Giuseppe gli lanciò un’occhiata. «Non sei qui.»

Yeshua abbassò lo sguardo. Sull’asse c’era un incavo. Il palmo aveva premuto troppo.

«Scusa.»

«Non scusarti. Sii qui e basta.» Giuseppe prese l’asse, passò il pollice sullo sfregio. «Questa è la tua vita adesso. Questa stanza. Questo lavoro.»

Mise l’asse rovinata da parte, sullo scaffale degli scarti. Passò il palmo sull’asse successiva. Disse, a mezza voce, più che altro al legno: «Il legno era qui prima di noi.»

Prese un’asse nuova e ricominciò. Più piano, stavolta. Col respiro a tempo con la pialla.

La pialla si muoveva. I trucioli si arricciavano. La luce si spostava sul pavimento.

Passarono le settimane. Le chiacchiere non finirono.

Maria lo osservava. Lo osservava quando andava al pozzo. Lo osservava quando parlava in sinagoga. Si sporgeva in avanti, quasi senza respirare, ogni volta che lui apriva bocca in pubblico.

Lui vedeva tutto. La faccia di lei che si illuminava quando entrava in una stanza. Le spalle che le ricadevano quando non succedeva niente di straordinario.

Una sera Giuseppe si fermò sulla soglia della cucina e la guardò mentre lei guardava il ragazzo dall’altra parte del cortile. Lei non vide Giuseppe alle sue spalle. Giuseppe vide la faccia di Maria. Vide muoversi l’angolo della sua bocca, il piccolo movimento di una donna che si tiene stretta una speranza che le costa cara.

Giuseppe non entrò. Tornò in bottega e lavorò un’altra ora alla luce della lucerna.

Non gliene parlò. Lei non ne parlò a lui. Non avevano ancora trovato la parola per quello che stavano guardando.

Un sabato il chazan lo fermò dopo la funzione.

I ragazzi se n’erano andati. Gli uomini se n’erano andati. Il chazan stava in piedi in fondo alla sinagoga, con un rotolo aperto sul leggio. Yeshua stava per seguire Giuseppe fuori.

«Yeshua.»

Si voltò.

Il chazan tenne gli occhi sul rotolo. «Un passo. È una settimana che ci giro intorno. Ezechiele. Il carro.»

«Sì.»

«Le ruote dentro le ruote. Gli occhi sui cerchi. Le quattro facce.» Il chazan alzò lo sguardo. «Secondo te cosa significa.»

Il portico gli piombò nel petto. Il ragazzo che aveva zittito i maestri più anziani d’Israele. L’uomo davanti a lui che gli aveva insegnato a leggere.

Yeshua guardò il rotolo. Guardò il chazan.

«Le quattro facce sono i cherubini. Le ruote sono il trono. Il trono si muove dove vuole il Signore.»

Si fermò lì.

Il chazan non si mosse.

Teneva gli occhi sulla faccia di Yeshua. C’era dell’altro che il ragazzo poteva dire. Lo vedeva decidere di non dirlo. La mano del chazan si sollevò verso il rotolo, poi si fermò.

Arrotolò il rotolo. Lo posò sul tavolo.

«Grazie» disse il chazan. Non alzò più lo sguardo.

Yeshua uscì dalla sinagoga. Sulla strada di casa non guardò suo padre.

Quella sera, sul crinale, sedette da solo sulla pietra piatta.

Ci saliva da quando aveva cinque anni. Il vento non era cambiato. La valle sotto di lui non era cambiata.

Aprì la bocca.

Sapeva a chi si rivolgeva. Non sapeva cosa suo Padre gli avrebbe chiesto dopo. Il vento passava sulla pietra mentre lui aspettava le parole.

«Terrò duro» disse. «Finché me lo chiederai. Ma dovrai dirmi cosa vuoi che faccia.»

Il vento si muoveva tra gli ulivi sotto il crinale.

Aspettò.

Aspettò ancora.

Poi si alzò e scese dalla collina fino alla casa di sua madre.

Una sera, tardi, Giuseppe venne da lui. La casa era silenziosa. I figli più piccoli dormivano.

«Ho messo da parte dei soldi» disse Giuseppe. Si sedette sulla panca della bottega e si strofinò le mani sulle ginocchia. «Per la tua istruzione. C’è una scuola a Gerusalemme. Ci insegna Gamaliele.»

Yeshua alzò gli occhi dallo scalpello che stava affilando.

«Quando avrai quindici anni» disse Giuseppe. «Un vero corso di studi. Vivresti là. Per anni, forse.»

«Da quanto tempo risparmi.»

«Da prima che tu nascessi.»

Lo scalpello era già abbastanza affilato. Continuò ad affilarlo.

Nell’angolo della bottega, sullo scaffale sopra gli attrezzi di ferro, c’era una giara di terracotta con un coperchio di legno. A volte Yeshua aveva visto Giuseppe toccare quel coperchio quando rientrava da una lunga giornata. Non l’aveva mai sollevato. Non sapeva cosa ci fosse dentro.

Adesso lo sapeva.

«I maestri là ti metterebbero alla prova» disse Giuseppe. «Ti spingerebbero. Non dovresti trattenerti.»

La speranza nella voce di suo padre.

Yeshua posò lo scalpello. «Hai fatto tutto questo per me?»

Giuseppe sorrise. Quel sorriso che gli ricomponeva tutta la faccia.

«Bene. Ce la faremo.»

Uscì dalla bottega con le spalle diverse da quando era entrato. Più leggere.

Yeshua lo guardò attraversare il cortile nell’ultima luce.

Guardò la giara di terracotta sullo scaffale. Anni di trucioli.

Non pregò per questo. Non chiese una risposta diversa.

Rimase seduto in bottega con lo scalpello in grembo e lasciò che quello che provava fosse quello che era.

Quell’inverno Maria nominò Elisabetta una volta sola.

Stava impastando il pane e le mani le si fermarono a metà della piega. Lo disse senza alzare gli occhi.

«Elisabetta non si fa più sentire. La madre di tuo cugino. Nessuna notizia da più di un anno.»

Yeshua era a tavola con una ciotola di legno tra le mani. Stava per chiederle cosa intendesse. Si fermò.

«Il ragazzo» disse.

«A casa con i suoi genitori, credo. Lei non scrive spesso.»

Tornò al pane. Lui non chiese nient’altro.

Tredici anni, ormai. I mesi che passavano. Dall’autunno all’inverno alla primavera.

Lavorava. Studiava. Nelle sere tranquille suonava l’arpa. Maria si fermava sulla soglia ad ascoltare, una mano chiusa sul colletto, e rientrava prima che la canzone finisse.

Si fece più alto. Le mani gli si ispessirono per il lavoro. La voce gli si abbassò e trovò un tono che faceva alzare la testa ai vicini quando parlava, anche quando non diceva niente per cui valesse la pena alzarla.

Una notte tardi Giuseppe sedeva da solo in bottega con la lucerna che bruciava bassa. In casa dormivano tutti. Sollevò il coperchio di legno dalla giara di terracotta sullo scaffale alto, prese dalla tasca le monete della giornata e ce le mise dentro contandole.

La giara era piena poco più che a metà.

Il ragazzo era alto quasi quanto lui.

Rimise il coperchio sulla giara e la posò sullo scaffale, nel punto dove la sua mano tornava sempre.

Non spense la lucerna. Rimase seduto sulla panca alla luce della lucerna e guardò la giara.