Figlio dell'uomo

Capitolo Otto

Il primogenito

Non ancora quindici anni. Il padre morto. La madre a letto, e il bambino non ancora nato.

Una sera d’aprile cominciarono le doglie.

Maria chiamò lui. Non la levatrice. Non Miriam. Lui.

La trovò nella stanza sul retro, tutte e due le mani bianche aggrappate al letto, la veste fradicia. La faccia le era diventata di un colore che non aveva mai visto su una persona viva.

«Sta arrivando» disse lei. «Troppo in fretta.»

Mandò Giacomo di corsa a chiamare la levatrice. Mandò i più piccoli dai vicini. Poi restarono solo loro due, nella stanza che sapeva di sudore, di ferro e di olio della lucerna.

Mise a bollire l’acqua perché si faceva così. Trovò dei panni puliti. Le tenne la mano e lei gli stritolò le dita e lui non la ritirò. Tra una contrazione e l’altra lei ansimava e fissava il soffitto e sussurrava il nome di Giuseppe.

La levatrice arrivò giusto in tempo per il parto.

La chiamarono Rut.

Piccola. La faccia rossa. Un urlo troppo grande per il corpo che lo faceva.

Maria la tenne in braccio per qualche minuto. Poi la passò a Yeshua.

«Non ce la faccio. Non ancora. Mi dispiace. Non ce la faccio.»

Le dita le si aprirono una alla volta, come se dovesse staccarle da sola.

Lui prese la bambina. Gli stava nell’incavo del braccio come se ci fosse sempre stata.

Maria girò la faccia verso il muro.

Imparò a cambiarla. A scaldare il latte di capra e a tenerle alla bocca il panno inzuppato quando Maria non riusciva ad allattare. A camminare per tutta la casa alle tre di notte, alle quattro, alle cinque, con la bambina sulla spalla, i piedi che ripassavano lo stesso percorso sul pavimento di pietra finché il pianto non smetteva o non sorgeva il sole, quello che veniva prima.

Una notte Giacomo lo guardava dalla porta. Undici anni. Braccia incrociate.

«Perché comandi tu.»

Yeshua continuò a camminare. La bambina si era finalmente calmata e bastava cambiare ritmo per farla ricominciare.

«Posso lavorare anch’io» disse Giacomo. «Non è giusto.»

«Hai ragione. Non lo è.»

«E allora perché.»

«Perché me l’ha chiesto Ima. E perché ci riesco.»

Giacomo rimase lì. I pugni lungo i fianchi. Voglia di litigare ma nessun bersaglio che stesse fermo abbastanza a lungo.

«Vai a letto, Giacomo.»

«Tu non sei mio padre.»

Rut si mosse contro il collo di Yeshua.

«No» disse. «Non lo sono.»

Giacomo rimase lì. Voleva che dicesse altro. Voleva che dicesse qualunque cosa che desse ragione a quello che sentiva nel petto.

Poi andò a letto. Yeshua continuò a camminare.

Le preghiere diventarono un problema.

Ogni sera la famiglia si riuniva. Giuseppe aveva guidato la preghiera ogni sera della sua vita e Yeshua avrebbe fatto lo stesso. Ma le vecchie preghiere morivano in bocca ai bambini. Parole imparate a memoria. Occhi persi. Testa altrove. Simone che si grattava una crosta. Marta che si faceva le trecce da sola. Giacomo che fissava il muro con l’ostilità precisa di un ragazzo a cui hanno detto di recitare il lutto a orario.

«Ditele sul serio» disse loro Yeshua una sera. «Non ripetete le parole. Parlate con Dio come se parlaste davvero con qualcuno che vi ascolta.»

«Come.» Giacomo.

«Dite solo quello che sentite. Quello che volete. Quello per cui siete grati.»

Silenzio. Poi Simone, sette anni, strizzando gli occhi: «Dio, per favore aggiustami il sandalo. Ha un buco. E fai che Giacomo smetta di prendermi le cose.»

Marta: «Dio, riportaci Abba.»

La stanza si fermò.

Yeshua guardò il soffitto. Gli si chiuse la gola.

«Va bene, Marta. È sincero. Dio questo lo sente.»

Giacomo non disse niente. Giacomo non voleva pregare. Giacomo rimase seduto a braccia incrociate e bocca chiusa per quattro sere di fila e la quinta sera Yeshua non lo obbligò a restare.

Nelle sere dopo provò a dargli un modo per cominciare. «Solo l’inizio. Il resto lo mettete voi.»

Ci pensò. Cosa avrebbe detto Giuseppe. Di cosa avevano bisogno i bambini. Una cornice. Una struttura. Qualcosa che tenesse le parole come una ciotola tiene l’acqua.

«Padre nostro» disse. «Che sei nei cieli.»

«Il nostro se n’è andato» disse Giacomo dalla porta.

La lucerna tremolò. Rut si mosse sulla spalla di Yeshua.

Yeshua guardò il soffitto. Poi suo fratello.

«Quello se n’è andato» disse. «Questo è rimasto.»

Giacomo lo studiò. Poi si sedette.

«Padre nostro che sei nei cieli» ripeté Yeshua. «Sia santificato il tuo nome.»

«Cosa vuol dire santificato.» Simone.

«Vuol dire sacro. Messo da parte. Vuol dire che quando dici il nome di Dio, lo dici sul serio.»

Simone annuì.

«Venga il tuo regno. Sia fatta la tua volontà, come in cielo così in terra.»

«Perché dobbiamo dirlo.» Giacomo. Adesso appoggiato al muro, né seduto né in piedi.

«Perché ce ne dimentichiamo.»

Lo disse e si fermò lì. Non aggiunse altro. I bambini aspettavano. Disse: «Dacci oggi il nostro pane quotidiano.»

«Perdonaci i nostri debiti, come noi li perdoniamo ai nostri debitori.»

Giacomo alzò la testa. Yeshua vide il fratello sentirlo, tenerselo e non dire niente.

«E non ci indurre in tentazione, ma liberaci dal male.»

Silenzio.

Simone chiuse gli occhi e la ridisse tutta, dall’inizio alla fine, con due parole sbagliate e i pugni stretti per la concentrazione. Marta la sussurrò con lui. Giuseppe il giovane la mimò con le labbra dall’angolo. Giacomo non la disse ad alta voce. Ma le labbra gli si mossero una volta, alla fine, sulla parola male, poi si fermarono. Guardò Yeshua. Mezzo secondo.

Yeshua distolse lo sguardo. Gli lasciò quello.

L’esattore delle tasse venne ad agosto.

Un ometto con un registro e un modo di guardare le cose come se misurasse quanto potevano rendere. Aveva saputo della morte di Giuseppe. Rimase sulla porta più a lungo di quanto la buona educazione permettesse. Gli occhi gli giravano per la casa prima dei piedi. Il telaio. La pentola di rame. Gli scaffali. La lucerna a olio. Dava un prezzo alla stanza senza mettere numeri su niente.

«La tassa è scaduta. Con le multe.»

Yeshua gli mostrò i conti. Gli spiegò la situazione. Gli chiese tempo.

«Il tempo costa.» L’uomo entrò. Si fermò davanti al banco. Passò il pollice lungo l’incastro dove la traversa si univa alla gamba. «Tuo padre ha fatto la porta di mio fratello, anni fa. La porta è ancora in squadra. Il suo mestiere lo sapeva.»

«Grazie.»

L’esattore non tolse la mano dall’incastro.

«Ma il mestiere non paga la tassa.»

Passò oltre Yeshua. Allungò la mano e pizzicò con un dito la corda più bassa dell’arpa. La nota rimase nella stanza più a lungo dell’attenzione di quell’uomo. «Quella sembra di valore.»

«Quella resta.»

«Prima o poi tutto trova un prezzo.»

«L’arpa resta.»

L’uomo attraversò la stanza fino all’angolo. Si inginocchiò. Passò il pollice sul coperchio della cassetta di legno come faceva Giuseppe. Yeshua guardava la mano. La mano di un estraneo sul coperchio che Giuseppe aveva oliato ogni mese per tutto il tempo che Yeshua riusciva a ricordare.

«Allora le Scritture. La traduzione greca. Valgono parecchio.»

«Hai tempo fino a sabato» disse l’esattore. «Dopo, quello che c’è ancora qui è mio.»

L’uomo non si chiuse la porta alle spalle.

La lucerna si era consumata due volte prima che Yeshua si muovesse.

Si alzò e portò la cassetta attraverso il cortile, in bottega. La posò sul banco, con la tela di sacco ruvida che le stava larga intorno.

Ripiegò indietro la solita tela.

Il cedro era consumato sui bordi. Gli incastri tenevano. Il fermaglio di ferro si incastrava ancora, a meno di non sollevare prima un po’ il coperchio. Il pollice trovò il punto che il pollice di suo padre aveva lucidato.

La aprì.

Sapeva quale rotolo si sarebbe allentato per primo, dove un margine si era scurito sotto la sua mano. Il greco l’aveva imparato lì, con Giuseppe che aspettava mentre lui compitava le parole.

Chiuse il coperchio.

Rimase seduto sulla panca al buio, con la cassetta sulle ginocchia.

La pressione dietro lo sterno non premeva. Non tirava. Stava lì dentro di lui ed era quieta come non lo era più stata dal Tempio. Non diede un nome a quello che gli veniva dato in quella quiete. Un nome non ce l’aveva.

Si alzò.

Il giorno del suo quindicesimo compleanno portò la cassetta per le strade fino alla sinagoga. Sembrava più pesante che a casa.

Il villaggio lo guardò portare le Scritture. Nessuno lo fermò. Nessuno lo aiutò.

«Un’offerta per la mia maggiore età» disse. «Al Signore.»

Il chazan aprì il coperchio piano. Tirò fuori il primo rotolo come se il cedro potesse sfasciarglisi tra le mani. Gli tremava la mano. Era la stessa mano che si era posata sulla spalla di Yeshua alla tomba di suo padre. Era ancora piccola per un vecchio e tremava sul cedro, là dove la mano di Giuseppe tornava sempre.

«Tuo padre la portava qui.»

«È quello che mio padre avrebbe voluto.»

Il chazan non alzò gli occhi dal rotolo.

«Resterà qui» disse. «Potrai sempre leggerla.»

Yeshua uscì dalla sinagoga.

Dall’esattore ottenne altro tempo. Il debito restava.

Il primo sabato dopo il suo quindicesimo compleanno si alzò davanti alla comunità.

Aveva già letto le Scritture altre volte. Adesso poteva guidare la preghiera per tutta la comunità.

Settimane prima il chazan gli aveva chiesto se se la sentiva di guidare la funzione.

Lui aveva detto di sì.

La sinagoga era piena. Il figlio del falegname che due anni prima aveva zittito i maestri del Tempio. Il ragazzo che aveva tenuto in piedi una famiglia. Il giovane che aveva appena dato via la cosa più preziosa che aveva.

Yeshua stava davanti a loro. Più magro di prima della morte di suo padre. Le mani piene di calli per il lavoro. Addosso una tunica che Maria aveva allargato due volte.

Aprì il rotolo dei profeti. Trovò il passo.

E lesse.

Cercate il bene e non il male, se volete vivere, e così il Signore, Dio degli eserciti, sarà con voi.

La voce era più sottile di come l’avrebbe voluta. Ma non tremava.

Che cosa ti chiede il Signore, se non di praticare la giustizia, amare la misericordia e camminare umilmente con il tuo Dio.

Abbassò il rotolo. Li guardò. Tutta la sala si era sporta verso di lui, ogni faccia in attesa di quello che il figlio del falegname si portava dentro dal Tempio.

Le parole salirono come salivano sempre. Gli stavano dietro i denti, già fatte e finite. La sala sarebbe rimasta immobile ad ascoltarle.

«Questa è la parola del Signore» disse.

E arrotolò il rotolo. E si sedette.

Al chazan tremavano le mani. Sapeva che sarebbe successo. Non sapeva che l’avrebbe sentito così.

Uscì dalla sinagoga nel pomeriggio pieno di sole e attraversò la piazza del villaggio. Dopo, la gente gli si avvicinava. Gli toccava la manica. Gli chiedeva benedizioni. Una vecchia piangeva. Un giovane padre gli chiese di dare un nome a suo figlio.

Rispose a quello a cui si poteva rispondere. Continuò a camminare.

In bottega chiuse la porta.

Appoggiò la fronte sul banco. L’odore di cedro. La pialla sull’angolo del banco dove l’aveva lasciata la sera prima. Mise il palmo contro il muro di pietra, come aveva fatto contro il muro accanto alla sua stuoia la notte in cui suo padre gli aveva proibito di disegnare.

Rimase così finché non smise di tremare.

Uscì dalla bottega nel tardo pomeriggio. Cambiò il panno a Rut. Le scaldò il latte. Si sedette in bottega con la bambina che gli dormiva sul petto e l’odore di cedro nel buio.

Sul banco accanto alla lucerna c’era un animaletto intagliato che non ce l’aveva messo lui. Una capra o un vitello, difficile dirlo, fatto da una mano che stava imparando. La mano la riconobbe. Non sapeva quando Giuseppe il giovane l’avesse lasciato lì. Lo prese. Lo girò.

Lo posò accanto alla lucerna.

Alla fine la risposta arrivò da Sefforis. I fratelli di Giuseppe avevano fatto ricorso contro la piccola somma offerta dalla tesoreria. Adesso avrebbe deciso Antipa.

Yeshua andò a sentire.

Non era dovuto niente. Questa fu la sentenza. Niente per il lavoro che suo padre aveva fatto prima che cadesse la gru.

Rimase in piedi mentre chiamavano il richiedente successivo.

Sulla strada di casa continuava a vedere il registro. I giorni di lavoro, le cifre accanto. Aveva cominciato a immaginare un piccolo podere, spazio per i bambini e abbastanza terra per sfamarli. Ai piccoli non l’aveva detto.

Quando arrivò a casa Maria lo stava aspettando.

«No» disse.

Lei si sedette.

Per un po’ nessuno dei due parlò. Poi Amos chiamò dal cortile, e Yeshua andò a vedere cosa voleva.

A ottobre le parole si erano assestate. Scrisse la preghiera di famiglia. Simone riusciva ancora a dirla più veloce di tutti, ma adesso a volte si fermava, come se volesse farsi sentire.

Teneva i conti. Ogni denaro segnato. I conti non tornavano mai. Nei mesi dopo la morte di Giuseppe gli ordini erano calati. Un mercante di nome Tobia riportò indietro un armadio con le ante storte e non disse niente, e Yeshua le riappese, e la seconda volta erano perfette, e Tobia pagò la metà.

La giara di terracotta sullo scaffale alto era quasi vuota. Ci aveva già preso due volte per pagare il mercante di legname. Alla fine di ogni settimana di lavoro saliva sulla panca, sollevava il coperchio e rimetteva dentro quel poco che riusciva a risparmiare. Aveva preso l’abitudine di toccare il coperchio quando rientrava la sera. Non l’aveva fatto apposta.

Una sera lo disse a sua madre.

«Dobbiamo vendere la casa che Giuseppe aveva dall’altra parte del paese. La sua metà. Così paghiamo i debiti e arriviamo alla fine dell’inverno.»

Lei lo guardò da quel posto lontano dove viveva da quando era morto Giuseppe.

«E poi.»

«Poi lavoro di più.»

«Hai quindici anni.»

«Lo so.»

Lei chiuse gli occhi. Quando li riaprì, lo guardò. Sua madre. Qui.

«Non dovresti essere tu a fare questo.»

«No. Ma tocca a me.»

Vendette la metà di Giuseppe per meno di quanto valeva. Con i soldi pagò la tassa e i debiti più vecchi. Quello che avanzò tornò nella giara.