La collina sopra Nazaret non aveva nome. Tutti la chiamavano semplicemente il crinale.
Da lassù si vedeva tutto. Il Carmelo che correva a nord-ovest fino al mare. L’Ermon con la cima bianca anche d’estate. La valle del Giordano a est, e oltre, le colline di pietra di Moab. A sud, la pianura di Esdrelon che si allungava verso la Samaria, larga, piatta e antica.
Giuseppe ci portava suo figlio ogni sabato, quando il paese si quietava e il lavoro si fermava. Mentre camminavano raccontava storie. Elia sul Carmelo. Gedeone che metteva in fuga i Madianiti nella valle là sotto. Il bambino faceva domande su ognuna.
Alla curva dove il sentiero lasciava il paese, Giuseppe appoggiava la mano sul muretto di pietra. Le stesse pietre che da dopo le piogge si riprometteva di risistemare.
«Perché sull’Ermon c’è la neve e qui no?»
«Perché è più alto. Fa più freddo.»
«Perché fa più freddo se è più vicino al sole?»
A questa Giuseppe non sapeva rispondere. Stava lì sul crinale con le dita infilate nella cintura e fissava la montagna come se potesse spiegarsi da sola.
Il bambino guardava la faccia del padre. Una domanda troppo grande per l’uomo che costruiva tutto.
Giuseppe posò la mano sul tronco di un vecchio ulivo che spuntava dalla roccia. «Il legno era qui prima di noi» disse. «E ci sarà anche dopo.»
Scendendo, Giuseppe gli insegnò un canto. Disse che era il canto di un re. Disse che un re aveva attraversato una valle canticchiandolo sottovoce ed era uscito dall’altra parte.
Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla.
Il bambino imparò i versi camminando. Si portò il canto fino in paese.
Nazaret non era un paese tranquillo.
A quattro miglia stavano ricostruendo Sefforis, una vetrina romana che rinasceva dalle macerie, e Nazaret sosteneva la costruzione. Scalpellini, falegnami, braccianti passavano di continuo, insieme alle carovane che usavano l’incrocio più in basso. Greci. Ebrei. Viaggiatori di paesi di cui Yeshua aveva solo sentito parlare.
La bottega di Giuseppe, vicino alla fonte del paese, era a portata d’orecchio dallo spiazzo delle carovane. Ci veniva ogni genere di forestiero a far bere una bestia. Yeshua li ascoltava tutti. A dieci anni i mercanti delle carovane lo conoscevano per nome e quando arrivava lui tiravano fuori le storie migliori.
«Tuo figlio fa più domande di un esattore romano» disse un mercante a Giuseppe. «Però almeno le sue sono interessanti.»
Un’estate, prima che Yeshua compisse sei anni, arrivò dalla montagna un cugino con i suoi genitori. Si chiamava Giovanni. Aveva qualche mese più di lui. Magro. Silenzioso. Per due giorni guardò Yeshua alla fonte senza avvicinarsi.
Il terzo giorno si sedette sul bordo della cisterna e per un’ora non disse niente. Yeshua gli si sedette accanto.
Dopo un po’ il cugino si mise a canticchiare. Senza un’aria. Un suono basso e costante, quasi al limite dell’udito. Quello di chi lo fa senza accorgersene. Andò avanti.
Yeshua ascoltava quel ronzio. Dopo un po’ si accorse che respirava a tempo con lui.
Non disse niente al bambino che aveva accanto. Non avrebbe saputo cosa dire.
Il cugino smise di canticchiare. Bevve dalla mano a coppa. Rimasero seduti.
Quando la visita finì il cugino tornò sulle colline con i suoi. Maria guardò la strada finché la polvere non si posò.
La scuola era una stanza sul retro della sinagoga. Pavimento di pietra. Niente finestre. I ragazzi stavano seduti a semicerchio mentre il chazan recitava dai rotoli e loro ripetevano le parole.
Yeshua sapeva già l’aramaico e il greco quando arrivò, e questo gli dava un vantaggio con l’ebraico. Era diligente. Sveglio. Il chazan prendeva nota dei suoi progressi e non ne parlava con gli altri genitori, perché aveva imparato che lodare l’intelligenza di un ragazzo con la madre di un altro era un buon modo per perdere allievi.
Ma una mattina, il secondo anno, nella stanza calò il silenzio.
Il chazan stava insegnando il racconto della creazione. Sei giorni di lavoro, poi il riposo. Il comandamento del sabato. Chiese ai ragazzi di recitarlo. Lo recitarono. Lui andò avanti.
Yeshua alzò la mano.
«Se il Signore ci ha comandato di non lavorare di sabato, chi tiene in vita il mondo il settimo giorno. Non è lavoro anche quello.»
Undici ragazzi si girarono a fissarlo. Il chazan guardò verso la porta.
«È una domanda da uomini più grandi» disse alla fine.
«Allora perché la studiamo.»
Le dita del chazan si strinsero sul rotolo. Non aveva una risposta che sarebbe sopravvissuta alla domanda successiva.
Riprese la lezione. Yeshua rimase fermo. I suoi occhi restarono sul maestro anche quando gli altri ragazzi erano tornati a imparare a memoria.
Dopo la lezione il chazan restò seduto da solo nella stanza vuota. Ci rimase più a lungo di quanto fosse durata la lezione.
Dopo la domanda sul sabato una madre ritirò il figlio dalla scuola. «Perché torni a casa a parlare così» gli disse in piazza, abbastanza forte perché Maria sentisse. Il ragazzo si fissava i sandali. Altri genitori annuivano.
I loro figli tornavano a casa ripetendo cose che aveva detto Yeshua, e i genitori davano la colpa a lui.
E poi c’erano i ragazzi che per questo lo odiavano.
Yeshua non faceva a botte. Era abbastanza forte. Solo che non lo faceva. I ragazzi più grandi lo spintonavano e lui restava lì. Lo prendevano in giro e lui li guardava finché non finivano le parole. Il silenzio li faceva infuriare ancora di più.
Il problema lo risolse il suo amico Giacobbe.
Giacobbe era il figlio dello scalpellino, un anno più grande, piantato come un giovane bue. Aveva deciso ben presto che valeva la pena proteggere Yeshua, e si era impegnato a che nessuno lo toccasse. I ragazzi più grandi impararono in fretta che dare fastidio a Yeshua voleva dire vedersela con Giacobbe.
«Perché non ti difendi» gli chiese una volta Giacobbe, dopo averne fatti scappare tre. «Potresti stenderne uno qualsiasi.»
«Non lo so» disse Yeshua. «Solo non mi sembra giusto.»
Imparò l’arpa da un musicista, pagando le lezioni in latte. Il musicista era un greco di una delle città della costa e aveva imparato la musica da uomini che seguivano Pitagora. Disse al bambino che una nota era un numero. Quante volte una corda vibrava contro l’aria nello spazio di un respiro. Una vibrazione lenta dava una nota bassa. Una vibrazione veloce dava una nota alta. Tutto ciò che cantava aveva una sua frequenza.
Il bambino si rigirò l’idea in bocca come fosse una nuova parola. Quando il musicista se ne fu andato la accostò al calore senza nome che aveva nel petto. Se la tenne.
Le sue dita trovavano le corde istintivamente.
Quando suonava, la cosa dietro le costole si quietava. Non spariva. Si quietava.
Certe sere sua madre lo trovava sul tetto a suonare al buio. Restava in fondo alla scala ad ascoltare e non saliva.
Disegnava da prima di suonare. Quando aveva nove anni, il disegno portò gli anziani in casa.
Aveva sempre disegnato. Paesaggi. Animali. Facce. Disegnava sulla pietra, su pezzi di legno di scarto, sulla terra battuta dietro la bottega quando nessuno guardava. La sua mano capiva le proporzioni. Una riga di carbone sul calcare ed ecco un cipresso. Tre tratti ed ecco un passero.
Conosceva la Legge. Non ti farai idolo né immagine alcuna. Ma un disegno non era un idolo. Il fiore e il disegno del fiore indicavano tutti e due lo stesso artefice. Come poteva uno essere santo e l’altro proibito.
Giuseppe lo sapeva. Guardava il ragazzo disegnare da quando era capace di tenere in mano un carbone, e non aveva mai detto una parola. A Giuseppe importavano le linee dritte nel legno e gli incastri fatti come si deve. La Legge era la Legge, ma la mano del ragazzo era buona, e un buon lavoro era una cosa che Giuseppe non avrebbe potuto fermare.
Maria lo sapeva. Aveva trovato i disegni nascosti sotto la sua stuoia. Li aveva lasciati lì.
Fu il ritratto a chiudere la faccenda.
Un pomeriggio fiacco a scuola. Il chazan leggeva dal libro dei Numeri, un passo che Yeshua sapeva a memoria da settimane. La sua mente si mise a vagare. La mano trovò un pezzo di carbone per terra.
Disegnò sulla pietra. Non un paesaggio. Non un animale. La faccia del chazan.
Prima la linea del viso. Poi gli occhi infossati, la fronte segnata, la barba più rada sul lato sinistro, dove l’uomo se la strofinava quando pensava. Disegnava veloce. Il carbone si muoveva come se sapesse già dove andare.
Se ne accorse per primo il ragazzo accanto a lui. Poi quello di fronte, dall’altra parte del cerchio. Poi un’onda di silenzio, mentre uno dopo l’altro smettevano di recitare e si giravano a guardare per terra.
La voce del chazan si spense. Seguì i loro sguardi verso il basso.
Dalla pietra lo fissava la sua stessa faccia. Con l’espressione che aveva quando pensava che nessuno lo guardasse.
Nessuno parlò. Il chazan guardò il ritratto, poi il ragazzo, poi di nuovo il ritratto.
«Chi ti ha detto di disegnare questo.»
«Nessuno.»
«E allora perché.»
«Perché la sua faccia è interessante. Il lato sinistro è diverso dal destro. Volevo capire perché.»
Il chazan coprì il disegno con il sandalo. Piano. Come se stesse mettendo a dormire qualcosa.
Quella sera gli anziani vennero alla bottega di Giuseppe. Voci taglienti. Il ragazzo aveva violato il secondo comandamento nella casa di Dio. Bisognava fare qualcosa.
Giuseppe ascoltava. Maria stava sulla soglia con le braccia incrociate. Le dita le si erano fatte bianche sui gomiti.
Yeshua li sentiva da fuori. Le voci che salivano e scendevano dalla finestra aperta. Dopo un po’ entrò.
«Vorrei parlare.»
Gli anziani si voltarono. Uno di loro fece per dire qualcosa. Poi guardò il ragazzo e lasciò perdere.
«Ho fatto un disegno. L’ho fatto perché quella faccia era bella, e la mia mano sapeva come trovarne la forma. Non credo di aver fatto niente di male.» Si fermò. Guardò Giuseppe. «Ma vedo che vi ha turbato. E non voglio creare problemi a mio padre. Farò quello che decidete voi.»
Uno degli anziani si mise a sedere.
Giuseppe stabilì che Yeshua doveva seguire l’interpretazione dei rabbini. Basta immagini. Basta disegni.
Yeshua annuì. Non disse niente. Andò in camera sua.
Si sdraiò sulla stuoia e premette tutti e due i palmi contro il muro. Pietra fresca. Sentiva la grana sotto i polpastrelli. Il muro era di calcare, tagliato dalla collina dietro casa, e se chiudeva gli occhi riusciva a sentire dentro la pietra la forma della collina. La curva. Il peso.
Accanto alla stuoia c’era la cassetta di cedro. Giuseppe gli aveva affidato le Scritture greche quando aveva sei anni. Suo padre gli indicava una parola e aspettava che Yeshua ci arrivasse da solo. C’erano segni che riusciva ancora a trovare tastando il rotolo.
La guardò.
Girò la faccia verso il muro.
Finché rimase in casa di suo padre non fece più immagini.
L’anno in cui Yeshua compì undici anni, Giuseppe lo portò a Scitopoli.
Un viaggio di lavoro. Materiali per un cantiere. Ma Giuseppe aveva anche un altro scopo. Erano anni che il ragazzo fissava le città greche dal crinale e chiedeva cosa succedesse dentro quelle mura, e Giuseppe pensò che fosse meglio fargliele vedere che lasciare che l’immaginazione riempisse i buchi.
Scitopoli era pulita e ordinata. Bella in un modo che Nazaret non poteva permettersi. Palazzi di marmo in griglie perfette. Strade così pulite che ci si poteva mangiare per terra. Un anfiteatro così grande che il lato opposto spariva nella sua stessa ombra.
Quando arrivarono c’erano i giochi. Gare di atletica. Ragazzi da tutta la Decapoli che gareggiavano per l’onore.
Yeshua stava alla balaustra dell’anfiteatro e si dimenticò di respirare.
I corridori si muovevano. Senza un gesto di troppo. Corpi allenati come suo padre lavorava il legno. Spinti oltre la resistenza. Modellati dalla ripetizione finché il superfluo bruciava via e restava solo l’essenziale.
«Guardali» disse. «Come spingono il corpo a fare più di quello che sembra possibile.»
Giuseppe guardava suo figlio. Gli posò il palmo sulla nuca e ce lo tenne.
Quella sera, nella loro stanza alla locanda, Yeshua fece una proposta.
«E se costruissimo qualcosa del genere a Nazaret. Non i templi pagani. Solo l’allenamento. I ragazzi del paese non hanno niente da fare se non cacciarsi nei guai. Se avessero un posto dove correre e gareggiare e scoprire cosa sa fare il loro corpo.»
«Figlio mio.»
Il tono lo gelò.
La faccia di Giuseppe era cambiata. L’uomo che spiegava tutto. Che rispondeva a ogni domanda. Quell’uomo non c’era più.
«Finché vivi, che io non ti senta mai più dare voce a un pensiero così malvagio.»
Yeshua lo fissò, la bocca ancora aperta sulla parola che stava per dire. La richiuse.
«Va bene, padre mio. Sarà così.»
Non parlò mai più dell’atletica dei Greci.
Quella notte Giuseppe rimase sdraiato sulla stuoia della locanda, voltando le spalle al figlio che dormiva. Aveva gli occhi aperti. Non dormì.
Quella sera aveva chiuso una porta. Aveva sentito cadere il chiavistello. Nella sua vita aveva costruito mille porte e sapeva quali si potevano riaprire.
Si girò sulla stuoia. Non dormì.
Prima che facesse giorno Yeshua sgusciò fuori dalla locanda.
Tornò all’anfiteatro. Le gradinate erano vuote. Nella penombra c’era un solo corridore sulla pista, la polvere argentata sotto i sandali. Più grande dei ragazzi delle gare. Venti, venticinque anni forse. Correva da solo, per sé.
Yeshua guardava la falcata. La posizione delle spalle. Il respiro che arrivava a battute contate. L’uomo passò davanti all’angolo delle gradinate e non lo vide. Fece un altro giro. Non lo vide. Fece un altro giro.
Gli tornò in mente un bambino a cui non pensava da anni. Dema. Un bambino greco dai capelli scuri accanto a una cisterna, la mano chiusa su un asinello di legno. Fino a quel momento non sapeva che stava aspettando di ricordarlo.
Guardò finché il cielo non si schiarì. Poi tornò alla locanda prima che suo padre si svegliasse.
Non lo disse a Giuseppe.
Si imparò a memoria la falcata.
Quell’estate, prima dell’undicesimo compleanno di Yeshua, Maria si ammalò dopo la nascita di Giuda.
Giugno era stato caldo. Il parto l’aveva lasciata debole, e le forze non tornavano.
Per settimane non riuscì ad alzarsi dal letto. La faccia le era diventata del colore dell’argilla vecchia e la voce, quando usciva, sembrava arrivare da lontano. I bambini più piccoli stavano sulla porta della sua stanza e la fissavano come se fosse una persona che conoscevano una volta.
Yeshua non stava sulla porta.
La terza settimana, quando lei stava peggio, si sedette per terra accanto al letto. I bambini dormivano. La lucerna era bassa. Giuseppe era in bottega con la porta chiusa.
Lei era sveglia. Lo capiva dal respiro.
«Mamma.»
Non girò la testa. Gli occhi si mossero verso di lui sotto le palpebre.
Le prese la mano. La mano che lo aveva tenuto sull’asino scappando da Betlemme. Era ancora piccola. Adesso era più magra. La pelle si era fatta molle sulle nocche.
Lei provò a stringergli la mano e non ci riuscì. Le dita le si posarono nel palmo di lui.
Le tenne la mano come lei aveva tenuto lui.
Quando il respiro di lei rallentò e riprese la febbre, lui rimase dov’era.
Non aveva ancora undici anni.
Le sue giornate erano piene di pane, di bucato e di Giuda che strillava per sua madre dal tramonto a mezzanotte. Dava da mangiare ai bambini più grandi prima che sorgesse il sole. Cullava il neonato fra una faccenda e l’altra e teneva d’occhio le lenticchie perché non si bruciassero. Faceva quello che aveva davanti.
Il chazan se ne accorse. «Sembri più grande» disse un pomeriggio, guardando Yeshua attraversare la piazza con due brocche d’acqua mentre sua sorella Marta si affrettava a stargli dietro.
«Sono più grande. Tutti diventano più grandi.»
«Non è questo che intendo.»
«Lo so cosa intende.»
Da solo sul tetto, di notte, la sentiva.
Una pressione dietro lo sterno.
Una volta l’aveva detto a Giuseppe. In bottega, tardi, con gli altri bambini che dormivano. Giuseppe aveva posato lo scalpello. Gli aveva chiesto dove, nel petto. Se faceva male. Da quanto tempo. Teneva le mani piatte sul banco, immobili, e quando Yeshua ebbe finito, Giuseppe riprese lo scalpello e disse: «Ti credo.» Non disse a cosa credeva.
Una volta l’aveva detto a Maria. Lei gli aveva afferrato il polso e le domande le uscivano così veloci che lui non riusciva a rispondere. Che cosa si sente. Quando è cominciato. Si fa più forte. Le sue dita gli avevano lasciato segni bianchi sulla pelle.
Così smise di dirlo a chiunque. La lasciò crescere al buio.
Arrivava più forte nelle ore di silenzio. La casa che dormiva sotto di lui. Le stelle sopra. L’arpa sulle ginocchia, senza suonarla. Solo tenendola. Il legno caldo del suo grembo, le corde che catturavano la luce delle stelle.
Adesso aveva dodici anni. Quasi un uomo, secondo il conto degli Ebrei. Fra qualche mese sarebbe andato a Gerusalemme per la sua prima Pasqua, sarebbe stato nel Tempio, contato fra i figli del comandamento.
La bottega apriva all’alba.
L’annuncio arrivò a cena.
«La prossima primavera» disse Giuseppe. «Per la Pasqua. Andiamo a Gerusalemme.»
La mano di Maria si fermò sopra il pane. L’ultima volta che si era portata il bambino verso sud, scappavano da Betlemme. Adesso lui le avrebbe camminato accanto.
«Ha quasi tredici anni» disse Giuseppe. «Lo vuole la Legge. È ora.»
I più piccoli chiacchieravano del viaggio, del Tempio, della folla. Yeshua vide i genitori scambiarsi un’occhiata sopra il chiasso. Qualunque cosa passò fra loro durò mezzo respiro e nessuno dei due la tradusse.
Andava a Gerusalemme.
Il sabato prima della carovana, salì sul crinale da solo.
Da quando aveva cinque anni, ogni sabato era salito accanto a Giuseppe. Non c’era mai salito da solo.
Adesso ci salì.
Alla curva dove il sentiero lasciava il paese si fermò al muretto di pietra. Le stesse pietre che suo padre si riprometteva sempre di risistemare. Giuseppe non le aveva risistemate. Giuseppe non le avrebbe risistemate nemmeno quell’anno. Yeshua lo sapeva. Posò la mano sulla pietra in cima. Era fresca sotto il palmo. Sentiva il punto dove la mano di suo padre si era posata diecimila volte.
Non disse niente. Rimase dov’era.
Quando scese dal crinale la luce si era fatta ambra. Dal paese saliva il fumo. Ripassò accanto al muretto. Non lo toccò.
La carovana si radunò all’inizio di aprile. Più di cento pellegrini da Nazaret e dai villaggi intorno, che viaggiavano insieme per sicurezza. A est per evitare la Samaria, a sud lungo la valle del Giordano, poi su fino a Gerusalemme per la festa.
Yeshua camminava con le donne, tenendo l’asino di Maria per la cavezza. Quando Giuseppe gli si affiancava, Yeshua gli chiedeva della strada e dei posti che passavano. Con il passare dei giorni le sue domande si facevano più fitte. Continuava a scrutare l’orizzonte.
Maria guardava da dietro. Il bambino che aveva allattato e istruito e tenuto stretto al petto scappando al buio su un asino.
Lui camminava davanti. Con la faccia rivolta verso qualcosa che lei non poteva vedere.