Figlio dell'uomo

Capitolo Sette

La disgrazia

Il ragazzo che portava la notizia arrivò a mezzogiorno.

Settembre. Caldo di fine stagione. Le vigne cariche di frutti e l’aria densa dell’odore d’uva pigiata che saliva dal torchio giù per la collina. Yeshua era in bottega, a piallare assi di cedro per un armadio che i Romani avevano ordinato per le nuove terme. Ormai aveva quattordici anni. Le dita sapevano il lavoro senza che la testa dovesse starci dietro.

Fuori i più piccoli si rincorrevano nel cortile. Giacomo avrebbe dovuto badare a loro, ma si era distratto a costruire un carretto con gli scarti di legno. Simone piangeva. Marta aveva rubato qualcosa a Giuseppe il giovane.

Maria era in casa con i più piccoli. Giuda le stava in grembo mentre lei rammendava una tunica, la testa appoggiata alla sua spalla.

Il ragazzo comparve sulla porta della bottega. Un giovane col fiatone, i sandali incrostati di polvere della strada. Si teneva allo stipite con le nocche bianche e non alzava gli occhi.

La mano di Yeshua si fermò sulla pialla.

«Tuo padre» disse il ragazzo. «C’è stato un incidente.»

Le parole arrivarono a pezzi.

Una gru caduta. La nuova residenza del governatore a Sefforis. Giuseppe ci era finito sotto.

«Quanto è grave.»

Il ragazzo fissava la terra tra i suoi piedi. «Chiedono della famiglia.»

Yeshua posò la pialla. L’asse di cedro era lì sul banco, finita a metà. La guardò un momento. La venatura scoperta a metà, la superficie liscia a metà.

La lasciò lì.

«Vieni con me. Dobbiamo dirlo a mia madre.»

Quando entrarono, Maria rammendava nella stanza sul retro. Giuda era per terra accanto a lei e disegnava nella polvere con un bastoncino.

Lei alzò gli occhi. Vide la faccia del ragazzo, poi quella di Yeshua. La mano le si fermò sulla stoffa.

«Cos’è successo.»

Glielo disse. Il cantiere. La caduta. Le ferite.

«Devo andare da lui» disse Maria. «Devo esserci.»

«Vengo con te.»

«No. Qualcuno deve restare coi bambini. Con me può venire Giacomo. Tu resti qui.»

Miriam era comparsa sulla porta, con l’istinto di una ragazzina che capisce quando succede qualcosa di brutto.

«Ma dovrei» disse Yeshua.

«Yeshua.» Maria gli strinse il braccio. Le dita gli premevano attraverso la stoffa fino all’osso. «Se succede qualcosa, devi essere qui. Hanno bisogno di te qui.»

Gli baciò la fronte. Poi stava già prendendo lo scialle, chiamando Giacomo, andando verso la porta.

Sulla soglia si voltò verso il messaggero.

«Digli che sto arrivando.»

Se n’era andata.

Diede da mangiare ai bambini.

Quella fu la prima cosa. Simone aveva fame. Marta aveva fame. Giuseppe il giovane si era sbucciato il ginocchio e bisognava lavarglielo e fasciarlo. Giuda stava nell’angolo della cucina e non voleva mangiare e non voleva parlare e non smetteva di guardare la porta.

Tagliò il pane. Mise in tavola olive, pesce secco, l’ultimo formaggio della mattina. Si assicurò che ogni bambino mangiasse. Lavò i piatti. Spazzò il pavimento perché il pavimento andava spazzato e lui aveva bisogno di fare qualcosa. Amos schiacciava il pane con tutti e due i pugni. Yeshua ne staccò un altro pezzo e gli restò seduto accanto finché non lo mangiò.

«Dov’è Ima.»

Simone. Sei anni. In piedi sulla porta con in mano un cavallino di legno che gli aveva intagliato Giuseppe.

«È andata da Abba. Si è fatto male al lavoro.»

«Starà bene.»

Yeshua si inginocchiò. Guardò il fratello in faccia.

«Ancora non lo so.»

A Simone tremò il labbro. Il pugno si strinse intorno al cavallino.

«Posso stare seduto con te.»

«Sì.»

Simone si arrampicò sulla panca e gli si strinse contro il fianco. Era caldo e piccolo, sapeva di polvere e di olio d’oliva, e non fece altre domande.

Il pomeriggio non finiva più. Ogni rumore dalla strada gli serrava il petto. Un carro che passava sferragliando. Un asino. Voci che non conosceva.

Pregò. Non con le parole di rito.

Ti prego. Non ancora. Abbiamo bisogno di lui.

Marta gli portò una tazza d’acqua. Aveva cinque anni. Aveva la faccia serissima e disse: «Bevi, che ti fa bene», con la voce identica a quella di Maria.

Bevve.

La luce si spostava sul pavimento della bottega. L’asse di cedro era dove l’aveva lasciata. La pialla accanto. Gli attrezzi di Giuseppe erano appesi al muro nell’ordine in cui li teneva Giuseppe.

Lasciò la pialla di suo padre dove l’aveva posata quando era arrivato il ragazzo. L’asse liscia a metà nella morsa. Se la lasciava così, Giuseppe sarebbe dovuto tornare. Un lavoro non si lascia a metà.

Si sedette sulla panca. Simone si era addormentato contro il suo braccio.

Le ombre si allungavano.

Portarono il corpo al tramonto.

Un carro. I vicini che camminavano accanto. Maria e Giacomo dietro. Giacomo teneva la madre sottobraccio.

Yeshua andò loro incontro al limite del cortile.

Non ebbe bisogno di chiedere. Lo vedeva da come gli uomini guidavano il carro. Il passo lento, attento. Il telo steso sopra una forma che non si muoveva e non si sarebbe mossa mai più.

Giuseppe era morto prima che arrivasse Maria.

Maria arrivò da Yeshua e le cedettero le gambe. Il suono che le uscì dal petto non era una parola.

Lui la prese e la tenne contro di sé. La sua piccola mano gli premeva piatta sul petto. La stessa mano che lo aveva tenuto stretto a sé al passo dell’asino, fuori da Betlemme. La mano di lei non era cresciuta. Il petto di lui sì.

I bambini vennero alla porta. Prima Giuseppe il giovane, poi Marta, poi Simone con il cavallino ancora in mano. Stavano in fila nella luce che se ne andava e guardavano la madre piangere addosso al fratello.

«Andrà tutto bene» disse Yeshua.

La tenne stretta.

Lo seppellirono la mattina dopo.

Venne tutto il villaggio. Il chazan recitò le preghiere.

Yeshua stava davanti alla tomba con la madre e i fratelli. Nove di loro intorno alla fossa. I più piccoli continuavano a guardarsi intorno, confusi da tutto quel pianto.

Giacomo stava accanto a Yeshua. Dieci anni. La faccia bagnata, le labbra strette fino a farle diventare bianche. Ci provava.

Quando le preghiere finirono, Yeshua si inginocchiò. Posò il palmo sulla terra smossa. Ancora calda del sole di settembre.

Non disse niente. Lo tenne premuto sulla terra.

Quando si rialzò, il chazan era un passo dietro di lui. Da più di un anno gli aveva rivolto a malapena la parola. Non era più riuscito a dire il nome del ragazzo da quel sabato in cui gli aveva chiesto del carro. Non lo disse nemmeno adesso.

Gli mise una mano sulla spalla. Ce la tenne un momento. La mano era più pesante di quanto il ragazzo si aspettasse.

Poi la tolse e se ne tornò in mezzo alla gente in lutto.

La mattina dopo Yeshua si fermò sulla porta della bottega. La pialla era sul banco dove l’aveva posata quando era arrivato il ragazzo. L’asse di cedro finita a metà era nella morsa. I trucioli per terra erano ancora arricciati. La stanza sapeva di cedro e di Giuseppe, e quell’odore non si mosse quando Yeshua ci passò in mezzo.

Non prese la pialla. Non toccò l’asse.

Si girò e tornò in casa.

A notte fonda Yeshua sedeva da solo nella bottega buia. Non aveva acceso la lucerna.

Una piccola sagoma sulla porta. Giuda. Tre anni. La coperta del suo letto avvolta sulle spalle. Attraversò la stanza senza parlare. Si fermò accanto alla panca.

Gli porse il ritaglio di cedro che Yeshua gli aveva dato d’estate, quello che si portava dappertutto, quello con cui dormiva dal funerale.

Glielo mise nel palmo.

Rimase lì un po’.

Poi se lo riprese.

Andò a letto.

La mano di Yeshua rimase aperta anche dopo che Giuda se n’era andato.

Gli mancava suo padre. Gli facevano male i denti.

Quella notte, quando la gente venuta per il lutto se n’era andata, rimase con sua madre nella casa silenziosa. Le lucerne bruciavano basse. I bambini dormivano.

«Come facciamo adesso.» Aveva la voce sottile.

Era tutto il giorno che faceva i conti. Quattordici denari dovuti al mercante di legname. L’armadio dei Romani da finire, pagato a metà. Tre ordini nel registro, con la scrittura di Giuseppe, che nessuno avrebbe finito alla tariffa di Giuseppe.

I risparmi adesso sarebbero serviti a sfamare i bambini.

«La bottega la porto avanti io.»

«Hai quattordici anni.»

«Lo so. Ma il lavoro lo so fare. Me l’ha insegnato lui.»

Lei lo guardò. I calli sulle dita. La larghezza delle spalle alla luce della lucerna.

«Eri fatto per qualcosa di più» disse.

«Forse. Un giorno.» Le prese la mano. «Adesso in questa casa ci sono sette bambini più piccoli di me che devono mangiare. È questo che conta.»

Lei pianse di nuovo. Lui la tenne stretta.

Dopo un po’ lei disse: «Adesso hai le mani come le sue.»

Lo lasciò lì.

La lucerna era ancora accesa quando si alzò.

Attraversò il cortile fino alla bottega e andò allo scaffale alto sopra gli attrezzi di ferro. Dovette salire sulla panca per arrivarci. La giara di terracotta col coperchio di legno che suo padre aveva toccato ogni sera per anni.

Sollevò il coperchio.

Portò giù la giara sul banco.

Ne rovesciò il contenuto sul legno.

Fece un rumore che non aveva mai sentito. Quindici anni di trucioli. Monete del colore del ferro raffreddato e monete quasi nere per quanto erano vecchie. Alcune del rame più piccolo. Alcune d’argento. Una d’oro, da un lavoro alla sinagoga di dieci anni prima, che Giuseppe si era rifiutato di spendere anche quando il mercante di legname era venuto due volte per lo stesso debito.

Contò.

La cifra a cui arrivò non era quella che Giuseppe aveva detto a Maria la sera in cui avevano parlato di Gamaliele. Era più bassa. Giuseppe aveva contato nei mesi buoni. I mesi cattivi si erano ripresi qualcosa.

Era comunque più di quello che si doveva al mercante di legname.

Contò quattordici denari e li mise in un sacchetto di cuoio.

Rimise il resto nella giara. Rimise il coperchio. Salì sulla panca e posò la giara sullo scaffale, nel punto dove la mano di suo padre tornava sempre.

Scese.

La sua mano rimase un momento sospesa in aria, come se fosse quella di Giuseppe. La riportò lungo il fianco.

Andò a Sefforis la settimana dopo la sepoltura.

A Giuseppe spettava la paga. Tre mesi di lavoro alla residenza del governatore. La cifra era nel registro della bottega, nella grafia di Giuseppe, precisa come tutto quello che faceva.

L’appaltatore si chiamava Eliab. Un uomo grosso con le mani morbide che dirigeva squadre accanto alle quali non lavorava mai. Ricevette Yeshua in una stanza esterna col pavimento di terra battuta e una sola sedia. Non gliela offrì.

«Sono qui per la paga di mio padre. Tre mesi. La cifra è nel suo registro.»

Eliab lo guardò. Quattordici anni. La segatura ancora nei capelli. Addosso la seconda tunica di Giuseppe, troppo larga di spalle.

«Il lavoro di tuo padre non era finito. Con la gru che ha ceduto abbiamo perso settimane. Il governatore vuole la residenza pronta per le Capanne. Le squadre le facciamo correre.»

«La gru che ha ceduto ha ucciso mio padre.»

La stanza restò ferma su quella frase.

Eliab guardò verso la porta come se aspettasse che entrasse qualcuno più grande.

Tornò a guardarlo.

«Un incidente sfortunato.»

«La sua paga.»

Eliab si appoggiò allo schienale. «Quello che è dovuto lo decide la tesoreria.»

«Il registro dice per intero.»

«Il registro non è un contratto. Tuo padre lavorava sulla parola.»

«Allora chiederò alla tesoreria.»

L’appaltatore si rigirò lo stilo in mano. Lo posò.

«Chiedere puoi.»

Yeshua tornò a piedi a Nazaret col registro sottobraccio.

Aveva ripassato quelle cifre così tante volte che non aveva più bisogno di aprirlo. Vedeva ogni riga scritta dalla mano di suo padre.

A casa Maria gli chiese cosa avevano detto.

«Non ancora» le disse.

I mesi dopo furono un unico lungo giorno che non voleva finire.

Finì i lavori su commissione. Completò quello che poteva. I clienti che avevano voluto il lavoro di suo padre ebbero invece il lavoro di un ragazzo, e alcuni glielo dissero, e lui il lavoro lo finì lo stesso.

Maria si muoveva per casa come chi va a trovare un posto dove una volta abitava. Teneva in braccio Giuda. Scaldava il brodo e lo lasciava traboccare. Si fermava sulle porte e guardava cose a cui non sapeva dare un nome.

Lui non le mise fretta.

Allungare la mano verso un attrezzo e trovare il manico caldo di sole, non della presa di suo padre. Sentire Marta usare un modo di dire che le aveva insegnato Giuseppe.

Le Scritture greche erano rimaste dove lui e suo padre le avevano lette insieme l’ultima volta. Continuava ad aprirle allo stesso punto.

Un pomeriggio, tornando dal mercante di legname, si accorse del passo.

Non era il suo passo. Era quello più lento che suo padre si portava dietro da Gerusalemme. Il passo che Maria aveva visto camminarle davanti sulla strada di ritorno dal Tempio, senza dargli un nome.

Yeshua non l’aveva preso apposta. Non si era accorto di quando il suo corpo l’aveva fatto suo.

Fece il resto della strada fino a casa con quel passo.

Non lo cambiò.

Nelle notti serene saliva sul crinale.

Lo stesso crinale. La stessa vista sulla valle, con le carovane che ci passavano in mezzo e il mondo intero che andava da qualche parte mentre Nazaret restava ferma.

Si sedeva dove si sedeva Giuseppe. Lasciava penzolare i piedi oltre il bordo. La pietra era ancora calda del giorno.

Non si permetteva di immaginare la gru che colpiva suo padre.

Si portava dietro quella domanda da tre mesi e non l’aveva mai aperta. Non la aprì nemmeno adesso. Guardò le stelle a cui suo padre gli aveva dato un nome.

Sotto di lui la casa era silenziosa. Sette bambini sfamati, al caldo, addormentati, grazie a lui.

Aveva quattordici anni.

Le stelle giravano sopra di lui.

Quando arrivò il freddo si alzò e scese dalla collina, perché i bambini si sarebbero svegliati affamati e la bottega apriva all’alba.